Il vento caldo o freddo, violento o carezzevole. Eccitante o mortale. Il vento libero di andare e tornare. Libero di volare.
Parole affilate come coltelli.
E la mia pelle trema.
E trema l’anima che annichilita va a nascondersi sotto le coperte. Cercando il calore delle proprie carezze.
E avrebbe forse dovuto gridare “ Non farmi male. Tu. Non farmi male”
Ma l’antico pudore l’aveva abituata a non mostrare il fianco. A regalare la parte più calda e carnale. A nascondere la fragilità dietro occhiali rossi di sicurezza e determinazione e passione. Che pure erano parte di lei.Ma non le sole.
Senza confessare mai la commozione per le sue carezze.
Senza confessare mai la paura delle sue carezze.
Senza confessare mai il desiderio intenso delle sue carezze.
Senza confessare mai.
Solo le coltri calde conoscevano i suoi segreti ed asciugavano premurose una volta ancora le sue lacrime.
E all’improvviso tu. E’ la tua faccia quella. Sono tue le mani. Tuo quel sorriso che mi faceva impazzire. Hai qualche ruga intorno agli occhi e una piega un po’ amara sulle labbra. Hai accorciato i capelli. Quanto tempo è passato? Non riesco a fare i conti. Non sono mai riuscita a farli quando si tratta di te. Mi sembra un secolo e forse lo è. Hai un blog tutto tuo. C’è la tua musica, i tuoi amici, i musicisti con cui collabori, i tuoi strumenti, i video e non so quanti messaggi di fans. Molte donne. Sei sempre piaciuto alle donne. Per un attimo penso di scriverti ma è passato troppo tempo. C’è un omino verde che segnala che sei in rete in quel momento. Ma per me quell’omino rimane rosso e solo a tratti giallo. Non sai quante lettere ti ho scritto. Solo una sono riuscita a dartela. Ti ricordi? Era Agosto, eravamo nello stesso posto, discoteca sulla spiaggia. Sentivo che ti avrei incontrato lì. E così mi ero portata dietro la mia lettera. Abbiamo chiacchierato. Non ci vedevamo da un po’. Ti eri sposato da tre mesi con la tua donna di sempre. Vivevi con lei già da qualche anno. Ora volevate un figlio e la fede nuziale vi era parsa un buon inizio. Un attimo prima ti avevo intravisto tra la folla e il solito brivido lungo la schiena mi aveva costretto a fermarmi. Respiro profondo. “ Ciao e che ci fai qui?” E così eravamo rimasti a parlare. Seduti ad un tavolo sotto le stelle. La tua fede brillava. I tuoi occhi cercavano di sfuggire alla mia pelle. Ma poi eravamo finiti sulla spiaggia a fare l’amore. C’ era sempre stata troppa elettricità tra di noi. Impossibile non toccarci.
Era amore? Non lo so. Non ce lo siamo mai concessi. Tu eri fidanzato ed io non ho mai saputo rivestire in pieno il ruolo di amante. Non sapevo né volevo la tipica competizione tra donne. Non volevo e non sapevo combattere per strappare un uomo ad un’altra. Neanche oggi so farlo. Credo che costruire un amore sia difficile. Costruirlo sulle ceneri di un altro sia quasi impossibile ed enormemente triste.
Vedo che hai ampliato i tuoi orizzonti lavorativi. Quanti concerti e alcuni cd tutti tuoi! Sei cresciuto.
Sono cresciuta anche io. Ho messo su un po’ di chili e sto molto meglio. I miei capelli sono sempre molto lunghi, c’è qualche filo bianco, forse più di un filo e gli occhi hanno una luce nuova.
Mi ricordo perfettamente il tuo odore. Muschiato e un po’ acre.
Sono cambiata sai? Decisamente in meglio. La mia pelle sa di buono, il mio corpo è più morbido ed accogliente, le mie mani più delicate. Una notte, mentre eravamo nudi sul letto, sudati di sesso, mi dicesti” Come sei magra..” E nei tuoi occhi c’erano molte domande e il velo triste di chi non può o forse non vuole farle. E’ vero. Ero troppo magra. Troppo dura con me stessa. Troppe ferite ancora vive. Non mi permettevo di amare. Non pensavo di meritarmi l’amore. Ti davo la mia pelle, la mia sensualità, la passione infinita. Ma non mi concedevo la tenerezza. Avevo troppa paura che mi potesse tornare indietro come un bumerang, facendomi male, e forse con te sarebbe accaduto.
Vorrei che stessi bene, che fossi sereno e soddisfatto delle tue scelte, della tua vita. Che strano. Un tempo ti ho anche odiato. Il tuo andare e venire, le molte donne che avevi, le tue telefonate mancate.
Oggi no. Oggi so che è stata una responsabilità anche mia. Non credevo in un “noi”. In verità non credevo nella possibilità di un amore “normale”. Sai di quello “ Tu sei il mio uomo. Io sono la tua donna. E ci proviamo a viverlo”. Sempre storie a metà. Paura di soffrire? Si quella ma anche la presunzione di poter fare tutto da sola. Di non dover mai aver bisogno di nessuno. Eppure ha sofferto ugualmente. Allora ho capito anzi “sentito” che non era così che volevo vivere. Che rischiare ti può causare delle belle cadute e farti male ma che ne vale la pena. Sempre.
Mi sono innamorata, ci ho creduto, ho vissuto la sensualità e la tenerezza, l’eccitazione dei corpi e la dolce pacatezza di vedere un film insieme ad un uomo, abbracciati sul divano. Avresti dovuto vedermi! Classica faccia da innamorata. Poi è finita. Ho sofferto. Ho pianto tanto. Io che non volevo piangere mai. E sai una cosa? Sono viva. Ho ancora voglia di amare. E la tenerezza che ho scoperto in me, la morbidezza della mia pelle, la capacità di lasciarmi andare completamente ma senza calpestare me stessa sono rimaste in me. E niente e nessuno potrà più portarmele vie. Solo io. Ma non lo farò. Amo la vita e voglio viverla appieno.
Ti ricordi quella notte a casa tua? La più bella. L’unica in cui abbiamo dormito insieme in tanti anni di “storia”. In quella notte io ho conosciuto il tuo lato, diciamo, “quotidiano”. Ti ho visto preparare la colazione, accompagnarmi a lavoro. Ci eravamo dati il buongiorno con un piccolo bacio sfiorato. Non era mai successo prima. Solo incontri improvvisi, ad ore impossibili dove l’esigenza di aversi, di toccarsi, di prendersi era troppa per lasciare spazio ad altro.
Quella notte io ho conosciuto il “ mio uomo mai mio” nella quotidianità e l’ho amato. Profondamente. Intensamente. Pienamente. Ma ho visto anche me. La mia vitalità, la passione, gli occhi troppo verdi e luminosi. E ho capito che io volevo tutto. Che non mi sarebbero bastate più le ore rubate. Che di uomini a metà non ne avevo più voglia.
E’ stata in quella notte, nel momento stesso in cui capivo di amarti, che ho cominciato ad andare via. Volevo ricominciare o forse cominciare a vivere in pieno. Tu eri stato il mio sogno, la mia follia, la mia passione più intensa ma non potevi essere il mio amore.
Mi sono chiesta spesso cosa avessi provato per me. Cosa ero stata. Se mai mi avessi amato, anche solo per un attimo. Mi sono detta che forse se allora fossi stata come sono adesso, che avrei dovuto aprirmi, dirti quello che provavo, fare… Domande e pensieri inutili. Siamo stati quello che siamo stati. E basta questo.
Faccio l’avvocato penalista o meglio ci provo. E’ dura, anzi durissima. Ma ci provo. Non so se farò per sempre questo lavoro. Ci sono altre cosse che mi appassionano. E poi mi piace pensare che si possa cambiare. Ci vuole coraggio ma il cambiamento è una linfa vitale e a volte bisogna rischiare.
Non vivo ancora da sola. Questo è un mio sogno, lo sai. Ma al momento non mi è possibile. La gavetta di avvocato è lunga e poco remunerativa e l’affitto di una casa non è possibile pagarlo con i sogni! Al momento è così. Domani non lo so.
Ora ti lascio. Ci sarebbero altre mille parole che spingono per uscire ma ora voglio fermarmi. Forse ti scriverò nuovamente o forse mai più.
Ora vado. Metto questa lettera nel mio cassetto virtuale. Non te la spedisco. Forse un giorno, navigando per questi strani spazi virtuali, incapperai in questa lettera o forse no.
Spero tu sia appagato della tua vita. Io con la mia ci sto provando e continuerò a farlo. Ho troppe cose da scoprire e ho una voglia malandrina di amore.
Un bacio “mio uomo mai mio” e buona fortuna.
La donna indossa un vestito di lana. Grigio come il cielo di quel giorno. E’ elegante e molto femminile. Gli occhiali scuri le nascondono gli occhi. Ha dormito male stanotte. Ha sognato ma non ricorda cosa. Sa solo che si è svegliata con una patina di tristezza sulla pelle.
E’ da un po’ di tempo che ha la sensazione di dover andare. Ma dove? Non lo sa ancora.
Un senso d’incertezza e di inquietudine accompagna spesso le sue giornate. Potrebbe essere causato dal brutto momento lavorativo o magari dal senso di tradimento e di dolore che un’amica le ha inferto. O forse da questo tempo strano che non si decide ad accogliere il sole ed il caldo e continua ad indugiare su di un Inverno mai arrivato davvero.
La donna non sa bene cosa sia e forse è tutto l’insieme di queste cosa a renderla inquieta.
A volte vorrebbe partire per luoghi assolati, stranieri dove la vita e l’odore della gente è diverso dal suo.
A volte guarda la sua città e se ne innamora una volta ancora.
Guida spedita nella strada bagnata. Allo stereo un album di Fossati.
Proprio la sera prima aveva ascoltato insieme al suo amico più caro dei pezzi di quello stesso cantautore. Distesa sul letto nella stanza in penombra, occupando il posto accanto a lui, aveva chiuso gli occhi e si era abbandonata alla musica. Per un attimo tutto era stato immobile e perfetto. Poi lo squillo del telefono e i rumori della casa l’avevano riportata nel suo tempo. Un saluto veloce e tenero all’amico ed era andata via. Verso casa. Appena arrivata, dopo una doccia a lavar via il freddo, si era messa a letto. Il libro quasi finito tra le mani ed il cellulare sul comodino. Aspettava una telefonata che puntuale era arrivata poco dopo, distogliendola da quel torpore dell’anima e regalandole la sensazione calda di un sorriso.
Aveva poi ripreso il suo libro. Di un giapponese. Leggendolo aveva avvertito netta la differenza di cultura e di modalità nell’affrontare la vita e soprattutto la morte.
In quel libro si sentiva forte il senso della fatalità in tutte le cose. Di una fatalità accettata con pacatezza ed ineluttabilità. Anche la vita, le emozioni, il piacere intenso del sesso era descritti con estrema placidità. Come se fosse tutto naturale e per questo facile da accettare. Anche la morte per suicidio delle persone amate era vissuta con lentezza. E non perché i personaggi del libro non ne sentissero il dolore ma semplicemente perché tutto per loro aveva come senso ultimo quello del “ accade così, è naturale”.
Niente urla, né pianti disperati dinanzi alla morte.
Niente gemiti profondi né parole colorite dinanzi al piacere di due corpi che si scambiano gli umori.
Come siamo diversi noi occidentali. Aveva pensato la donna. Ancor più io noi che viviamo nel Sud di questa disastrata penisola.
Ad un tratto gli occhi le si erano chiusi. Aveva posato il libro, spento la lampada e si era immersa in un sonno pieno di sogni.
Ed al mattino con indosso l’elegante vestitino di lana grigia, aveva cominciato una nuova giornata.
Ricomincia a respirare. Ricomincia a far battere il cuore. Ti ho nelle orecchie. Sento la tua voce. E quello sguardo pieno di dolcezza. E’ per me? Sei sicuro che lo sia? Mi dici di si e lo fai con le mani che mi sfiorano il viso. E allora decido di rischiare. Decido di crederci e mi abbandono alla tenerezza e metto a nudo il mio lato più dolce. Ho paura. Una paura tremenda. Ma devo rischiare. Quello sguardo ne vale la pena.
Ti perdo un secondo dopo.
Nei tuoi occhi ora c’è la voce di un’altra, forse una delle tante altre, che ti chiama sul cellulare. Quanto ti piace sentirti desiderato. E’ compiaciuto il timbro della tua voce. Quanta distanza tra la mia pelle e la tua. Eppure sono a casa tua ad 1 metro da te. Sul tuo divano. Ho il tuo pleid addosso e la tua gatta che mi lecca delicatamente le mani. Ed è il tuo sesso che prima ho baciato a lungo. Erano le tue mani tra le mie cosce. Era il tuo piacere che esplodeva sul mio seno. Eravamo io e te.
No.
Ero solo io.
Tu non mi hai mai sorriso veramente. Tu sorridi solo a te stesso veramente. Tu ami solo te stesso veramente. Tu scopi solo te stesso veramente.
Io sono stata solo una figurante.
E sai una cosa? Ne è valsa la pena comunque.
Perché ho provato emozioni intense.
Perché per la prima volta ho fatto scivolare fuori la mia anima.
Perché ho avuto il coraggio di rischiare.
E la tua crudeltà. Il tuo sottile sadismo. La tua incapacità. Non me le porto via con me. Non nei miei ricordi e nelle mie mille ferite.
Lascio tutto a te.
Io mi tengo la mia ritrovata dolcezza e la consapevolezza che so amare, che posso amare.
Stasera mi manchi. Vorrei le tue dita tra i capelli, delicate insinuarsi nella mia foresta bionda, sparpagliata sul cuscino. Ti chiederei -“ Raccontami una storia”- E tu mi diresti- “ Quale storia vuoi sentire?” –“ Quella dell’uomo che capì”. E inizieresti a raccontare, con la tua voce bassa e profonda- “ In un paese piegato dalla tirannia e dal terrore, dove squadroni di uomini-belva giravano in divisa per ammazzare e torturare chi non era uguale a loro, dove le morti bianche non si contavano neanche più, dove alle madri non era concessa neanche la consolazione amara di pregare sulla tomba dei loro figli, perché dei loro figli e delle loro tombe era stata eliminata crudelmente ogni traccia, dove la libertà viveva nascosta in caverne sotterranee, coperta di fango e di sputi dai servi del potere, lì in quel paese un gruppo di uomini e donne, all’inizio piccolo ma poi sempre più grande, aveva deciso di lottare contro quell’orrore. Ci voleva coraggio, molto coraggio per farlo ma soprattutto ci voleva l’anima e la capacità di sognare. Perché, lì nel paese in guerra, chiunque osasse ribellarsi era sottoposto alle tortura più atroci e poi ignobilmente ucciso.
Questi uomini e queste donne, si nascondevano sulle montagna, e insieme, organizzavano la Rivoluzione.
Tra di loro c’erano padri che avevano visto le proprie figlie, spesso ancora bambine, violentate da gruppi di uomini-belva e poi lasciate ai loro cani, perché anche questi godessero di loro.
C’erano mogli a cui, nella prima notte di nozze, era stato portato via il novello sposo tra calci e pugni e sangue. Prima ancora che questi avesse potuto toccarle e accarezzarle suscitandone lo struggente piacere.
C’erano madri per le quali la vita aveva ormai solo una ragione: recuperare i resti dei figli ammazzati.
Tra di loro c’era un uomo che tutti tacitamente avevano eletto a loro capo spirituale, perché avevano riconosciuto in lui la saggezza e la forza e il coraggio e il senso della vita e dell’amore.
Passarono molti mesi e anni tra lotte selvagge e perdite enormi tra le schiere del padrone del paese e quelle dei rivoluzionari. Molti anni nel sangue. Ma pian piano i “rivoluzionari” stavano vincendo perché sempre più uomini e donne si univano a loro, fino a diventare l’onda gigantesca che avrebbe travolto il padrone ed i suoi adepti.
E fu allora che l’uomo eletto a capo si chiese e chiese ad altri-“ Ed ora? Ora che ne faremo di quelli tra di noi che hanno agito con più violenza? Quale ruolo possiamo dare a costoro, che nella guerra per la libertà, hanno provato enorme piacere nello spargere il sangue del nemico? Come faremo a controllarne gli istinti selvaggiamente sanguinari e sadici?”-. Il silenzio calò negli occhi di quegli uomini, fino ad un attimo prima illuminati dal senso della vittoria, e lo sconforto invase i loro cuori, nel rendersi conto che ciò che l'uomo diceva, era vero. Anche tra di loro c’erano uomini-belva. Certo, belve che lottavano al loro fianco, che lottavano per un giusto ideale, ma pur sempre belve. Ed allora, ancora una volta, l’uomo eletto a capo scelse – “ Questi uomini nel momento in cui sbaraglieremo del tutto il tiranno, saranno messi a servizio del nuovo stato della libertà. Ne faremo dei poliziotti, delle guardie, degli addetti alla sicurezza. Insomma legalizzeremo il loro senso del sangue. Perché è il solo modo per poterli controllare.”-
Il giorno della vittoria arrivò presto ma l’uomo eletto a capo non era più lì. Era espatriato. Aveva abbandonato il suo amato paese. Si era trasferito in un posto dove nessuno conoscesse il suo nome e dove poteva finire i suoi giorni nel silenzio del mare.
Perché l’uomo eletto a capo aveva capito qualcosa che nessuno volle capire né vedere. Che l’essere umano ha in sé un lato violento ed omicida e quando questo lato viene lasciato libero o, come era successo nel suo paese, addirittura apprezzato e glorificato solo perché era emerso nella lotta per un ideale giusto, allora era veramente finita. Perché è allora, nell’attimo stesso in cui si grida per la vittoria,che si è in realtà perso qualcosa di impedibile: il senso dell’umanità.”-
Così finirebbe il tuo racconto e nei tuoi occhi ci sarebbe dolore e dolcezza come nei miei. E mentre le tue dita, scivolando tra i miei capelli, si fermerebbero stanche, mi diresti –“ Ora raccontami tu una storia”- . –“ Quale storia vuoi sentire?”- ti chiederei io. –“ Quella della donna con la sciarpa di seta”- . Ed io inizierei a raccontare –“ In un paese…..
Claudia è in macchina, ferma accanto al mare. Le piace quell’angolo della sua città. E’ vicinissimo alla strada eppure stranamente silenzioso. Fa freddo ma c’è il sole. Il mare, il suo amato mare, si muove lento a lambire la spiaggia. Pensa a lui, alla sua voce, ai suoi sguardi un tempo, non tanto lontano, pieni di lei.
Di chi o cosa saranno pieni adesso?
Lui era andato via. Poche righe in una gelida e-mail e tutto era finito.
Claudia guarda il mare e vorrebbe che l’acqua salata le portasse via il dolore. Se fosse stato possibile, si sarebbe immersa in quell’acqua, l’avrebbe lasciata scorrere sulla pelle, tra i capelli, sugli occhi facendola entrare dentro di sé a lavarle via quell’assurdo dolore. Ma l’acqua non può cancellare il dolore, questo Claudia lo sa.
Invano cerca segni della presenza di lui in quel posto. Immagina di sentirlo arrivare, di avere le sue braccia che l’avvolgono da dietro, di sentire la sua voce nelle orecchie.
Ama la sua voce e la sua bocca. Ha impressa sulla pelle la scia delle sue labbra, come un marchio di fuoco. Come può ora la sua pelle vivere senza la saliva calda del suo uomo? Si sente sola la sua pelle. E disperata.
Arriva un’altra macchina. All’interno una coppia mangia in silenzio un panino. Claudia si chiede da quanto tempo stiano insieme. Se sono sposati o vecchi amanti annoiati. Le fa piacere che sia arrivato qualcuno a distrarla per un attimo dal suo dolore. Sa che deve viverlo fino in fondo per superarlo e non ha paura di farlo. Ma oggi non ci riesce. Non vuole riuscirci. Si vuole regalare una tregua e la coppia nella macchina accanto è la sua tregua.
Le piace osservare le persone e cercare di capire da uno sguardo, da un gesto, dalla piega delle labbra, come sia la loro vita e se abbiano una vita o semplicemente si limitino a vivere quella degli altri.