Il vento caldo o freddo, violento o carezzevole. Eccitante o mortale. Il vento libero di andare e tornare. Libero di volare.
Domenica mi chiama un amico e dice " Ciao bella, metti una tuta e scarpe comode che passo a prenderti e andiamo a casa mia."
Ed io " Dimmi la verità, ti servo come serva?!?"
Lui " No. la verità è che qui ti aspetta un dono che io e la Claudia ti abbiamo fatto."
Ed io " Un dono che impone un tuta??? E che cos'è? Dai dimmelo!"
Lui " E va bene! E' una bici tutta per te!"
E lì , io ho iniziato a ridere e gridare e commuovermi! Cacchiolina! Due amici, conosciuti qui, che frequento da soli tre mesi, mi fanno un regalo tanto bello!!!
Bè ho messo sù un jeans e felpino e dopo circa 25 anni che non salivo su di una bici, ho pedalato sicura( anche se a tratti un pò traballante) fino a casa mia!
Se avete visto una bionda, che mentre pedalava, aveva un sorrisone grande grande, quella ero io!
Mi sono sentita come una bambina alla quale, senza nessuna particolare ricorrenza, hanno fatto una bellissima sorpresa....le hanno regalato la bicicletta!!
Unico avvertimento: Vi prego non mi buttate di sotto!
Nuda.
Mi sono mostrata a te.
Senza orpelli né trucchi che nascondessero il mio viso.
Niente mascara ad allungare lo sguardo né colore sulle gote a mascherarne le imperfezioni.
Nuda.
Ho lasciato che i tuoi occhi vagassero sul mio corpo.
Al sole. Senza usare la notte a mascherarne i difetti né sottane di seta ad abbellirne le curve.
Nuda.
Ho accolto le tue mani calde ed impazienti di scoprire i contorni del seno, dei fianchi, delle cosce, dei glutei, della schiena.
Senza distrarne il percorso con mosse sensuali e languide carezze.
Ferma. Abbandonata. Tremante.
Nuda.
Ho ospitato le tue dita, la tua lingua, il tuo sesso.
E non ho coperto i miei odori e umori con saponi al fiordaliso a celarne la reale essenza.
Nuda.
Ho dato accoglienza al sonno tra le tue braccia.
Concedendoti di conoscere il totale abbandono del mio corpo.
Senza fingere di dormire. Senza paura di condividerne la profonda intimità.
Nuda.
Ho aperto gli occhi al sole del mattino e ai tuoi occhi.
Spogli di segreti e lenzuola ad occultarne il gonfiore mattutino.
Nuda.
Nella pelle e nell’anima.
Senza riflettere sulle parole da dire e non dire. Né sulle lacrime che hanno bagnato il mio viso.
Quelle lacrime che tu hai baciato.
Come io avevo baciato le tue.
Nuda.
Indifesa.
Completamente.
Come te.
Grazie a te.
Perchè ci sono canzoni che ritornano così. All'improvviso. Come coloro alle quali sono legate.
E ancora una volta ti meravigli della loro bellezza.
E della vita.
Anche se vanno via subito. Quasi fossero state sogni.
Anche se lasciano una piccola ferita. Quasi fossero state lacrime.
E' la vita.
C’ è un vento fresco stanotte. Ed il silenzio. Sono sola a casa. I miei sono via. Avrei potuto invitare degli amici a cena, ma non era questo che volevo stasera. Cosa volevo rimane in me. Non posso parlarne stasera e forse non voglio. Accanto al pc un libro, carta, penna ed una tazza di tè aromatico. E la mia anima.
E all’improvviso tu. E’ la tua faccia quella. Sono tue le mani. Tuo quel sorriso che mi faceva impazzire. Hai qualche ruga intorno agli occhi e una piega un po’ amara sulle labbra. Hai accorciato i capelli. Quanto tempo è passato? Non riesco a fare i conti. Non sono mai riuscita a farli quando si tratta di te. Mi sembra un secolo e forse lo è. Hai un blog tutto tuo. C’è la tua musica, i tuoi amici, i musicisti con cui collabori, i tuoi strumenti, i video e non so quanti messaggi di fans. Molte donne. Sei sempre piaciuto alle donne. Per un attimo penso di scriverti ma è passato troppo tempo. C’è un omino verde che segnala che sei in rete in quel momento. Ma per me quell’omino rimane rosso e solo a tratti giallo. Non sai quante lettere ti ho scritto. Solo una sono riuscita a dartela. Ti ricordi? Era Agosto, eravamo nello stesso posto, discoteca sulla spiaggia. Sentivo che ti avrei incontrato lì. E così mi ero portata dietro la mia lettera. Abbiamo chiacchierato. Non ci vedevamo da un po’. Ti eri sposato da tre mesi con la tua donna di sempre. Vivevi con lei già da qualche anno. Ora volevate un figlio e la fede nuziale vi era parsa un buon inizio. Un attimo prima ti avevo intravisto tra la folla e il solito brivido lungo la schiena mi aveva costretto a fermarmi. Respiro profondo. “ Ciao e che ci fai qui?” E così eravamo rimasti a parlare. Seduti ad un tavolo sotto le stelle. La tua fede brillava. I tuoi occhi cercavano di sfuggire alla mia pelle. Ma poi eravamo finiti sulla spiaggia a fare l’amore. C’ era sempre stata troppa elettricità tra di noi. Impossibile non toccarci.
Era amore? Non lo so. Non ce lo siamo mai concessi. Tu eri fidanzato ed io non ho mai saputo rivestire in pieno il ruolo di amante. Non sapevo né volevo la tipica competizione tra donne. Non volevo e non sapevo combattere per strappare un uomo ad un’altra. Neanche oggi so farlo. Credo che costruire un amore sia difficile. Costruirlo sulle ceneri di un altro sia quasi impossibile ed enormemente triste.
Vedo che hai ampliato i tuoi orizzonti lavorativi. Quanti concerti e alcuni cd tutti tuoi! Sei cresciuto.
Sono cresciuta anche io. Ho messo su un po’ di chili e sto molto meglio. I miei capelli sono sempre molto lunghi, c’è qualche filo bianco, forse più di un filo e gli occhi hanno una luce nuova.
Mi ricordo perfettamente il tuo odore. Muschiato e un po’ acre.
Sono cambiata sai? Decisamente in meglio. La mia pelle sa di buono, il mio corpo è più morbido ed accogliente, le mie mani più delicate. Una notte, mentre eravamo nudi sul letto, sudati di sesso, mi dicesti” Come sei magra..” E nei tuoi occhi c’erano molte domande e il velo triste di chi non può o forse non vuole farle. E’ vero. Ero troppo magra. Troppo dura con me stessa. Troppe ferite ancora vive. Non mi permettevo di amare. Non pensavo di meritarmi l’amore. Ti davo la mia pelle, la mia sensualità, la passione infinita. Ma non mi concedevo la tenerezza. Avevo troppa paura che mi potesse tornare indietro come un bumerang, facendomi male, e forse con te sarebbe accaduto.
Vorrei che stessi bene, che fossi sereno e soddisfatto delle tue scelte, della tua vita. Che strano. Un tempo ti ho anche odiato. Il tuo andare e venire, le molte donne che avevi, le tue telefonate mancate.
Oggi no. Oggi so che è stata una responsabilità anche mia. Non credevo in un “noi”. In verità non credevo nella possibilità di un amore “normale”. Sai di quello “ Tu sei il mio uomo. Io sono la tua donna. E ci proviamo a viverlo”. Sempre storie a metà. Paura di soffrire? Si quella ma anche la presunzione di poter fare tutto da sola. Di non dover mai aver bisogno di nessuno. Eppure ha sofferto ugualmente. Allora ho capito anzi “sentito” che non era così che volevo vivere. Che rischiare ti può causare delle belle cadute e farti male ma che ne vale la pena. Sempre.
Mi sono innamorata, ci ho creduto, ho vissuto la sensualità e la tenerezza, l’eccitazione dei corpi e la dolce pacatezza di vedere un film insieme ad un uomo, abbracciati sul divano. Avresti dovuto vedermi! Classica faccia da innamorata. Poi è finita. Ho sofferto. Ho pianto tanto. Io che non volevo piangere mai. E sai una cosa? Sono viva. Ho ancora voglia di amare. E la tenerezza che ho scoperto in me, la morbidezza della mia pelle, la capacità di lasciarmi andare completamente ma senza calpestare me stessa sono rimaste in me. E niente e nessuno potrà più portarmele vie. Solo io. Ma non lo farò. Amo la vita e voglio viverla appieno.
Ti ricordi quella notte a casa tua? La più bella. L’unica in cui abbiamo dormito insieme in tanti anni di “storia”. In quella notte io ho conosciuto il tuo lato, diciamo, “quotidiano”. Ti ho visto preparare la colazione, accompagnarmi a lavoro. Ci eravamo dati il buongiorno con un piccolo bacio sfiorato. Non era mai successo prima. Solo incontri improvvisi, ad ore impossibili dove l’esigenza di aversi, di toccarsi, di prendersi era troppa per lasciare spazio ad altro.
Quella notte io ho conosciuto il “ mio uomo mai mio” nella quotidianità e l’ho amato. Profondamente. Intensamente. Pienamente. Ma ho visto anche me. La mia vitalità, la passione, gli occhi troppo verdi e luminosi. E ho capito che io volevo tutto. Che non mi sarebbero bastate più le ore rubate. Che di uomini a metà non ne avevo più voglia.
E’ stata in quella notte, nel momento stesso in cui capivo di amarti, che ho cominciato ad andare via. Volevo ricominciare o forse cominciare a vivere in pieno. Tu eri stato il mio sogno, la mia follia, la mia passione più intensa ma non potevi essere il mio amore.
Mi sono chiesta spesso cosa avessi provato per me. Cosa ero stata. Se mai mi avessi amato, anche solo per un attimo. Mi sono detta che forse se allora fossi stata come sono adesso, che avrei dovuto aprirmi, dirti quello che provavo, fare… Domande e pensieri inutili. Siamo stati quello che siamo stati. E basta questo.
Faccio l’avvocato penalista o meglio ci provo. E’ dura, anzi durissima. Ma ci provo. Non so se farò per sempre questo lavoro. Ci sono altre cosse che mi appassionano. E poi mi piace pensare che si possa cambiare. Ci vuole coraggio ma il cambiamento è una linfa vitale e a volte bisogna rischiare.
Non vivo ancora da sola. Questo è un mio sogno, lo sai. Ma al momento non mi è possibile. La gavetta di avvocato è lunga e poco remunerativa e l’affitto di una casa non è possibile pagarlo con i sogni! Al momento è così. Domani non lo so.
Ora ti lascio. Ci sarebbero altre mille parole che spingono per uscire ma ora voglio fermarmi. Forse ti scriverò nuovamente o forse mai più.
Ora vado. Metto questa lettera nel mio cassetto virtuale. Non te la spedisco. Forse un giorno, navigando per questi strani spazi virtuali, incapperai in questa lettera o forse no.
Spero tu sia appagato della tua vita. Io con la mia ci sto provando e continuerò a farlo. Ho troppe cose da scoprire e ho una voglia malandrina di amore.
Un bacio “mio uomo mai mio” e buona fortuna.
Mi manchi stasera zio Tullio. Sono passati quasi 5 anni da quando te ne sei andato via. A volte mi sembrano secoli. A volte solo 5 minuti.
Tu che ci sei stato da sempre, fin da quando ho aperto faticosamente gli occhi su questa vita. Tu che hai sostituito mio padre in tutto ciò in cui lui non riusciva ad essere padre. Troppo giovane. Troppo immaturo. Troppo incasinato per esserlo. Però tu avevi la sua stessa età.
Chè forse c’è chi nasce per essere padre e chi no.
Ti ricordi di quando ci caricavi in macchina tutti noi nipotini? Ci portavi su di un terreno sconnesso, con tante dune e facevamo il nostro personalissimo Camel Trophy, cantando una canzoncina che forse avevi inventato tu per noi.
“ Ramajà, avuonciù ramajà e la marzurcola dei ramajà!”
Era eccitante e ci sembrava pericolosissimo. Ci sono stata qualche giorno fa su quel terreno e mi è sembrato così piccolo e per niente pericoloso. Eri tu che ce lo facevi immaginare migliore di quello che era.
E quella bellissima foto di te che tieni il tuo primo figlio, nato prematuro come me, in una mano. Lui ti somiglia tantissimo. A volte fa dei gesti e usa delle parole che mi sembra di vedere te. Gli manchi, sai, ai tuoi ragazzi.
Sono cresciuti. Ora Giovanni sta facendo il quarto anno d’ingegneria. Ha scelto la tua stessa facoltà. Ama la musica che amavi tu. Non sta tanto bene Giovanni. Ha tante paure ma è forte e ironico e cerca di andare avanti al meglio. Avrebbe bisogno di suo padre.
E Dodo che pezzo di ragazzo! Ha pure la fidanzatina ed è sempre bramoso di abbracci e di tenerezza. Solo i suoi occhi tradiscono la profonda tristezza che si porta dentro.
E poi c’è zia Giovanna, la donna della tua vita. Quella che hai amato sempre, fino alla fine. Quella che andavi a prendere a scuola quando eravate fidanzati ed hai continuato ad andare a prendere a scuola, quando terminava il suo lavoro d’insegnante.
Quella che guardavi geloso perché per te era la più bella anche dopo 30 anni insieme. Chè vi siete fidanzati bambini voi due.
A volte la guardo e provo un dolore immenso dentro, pensando che lei, ancora così giovane, non deve più avere labbra che la sfiorano, braccia che la stringono.
Le tue labbra.
Le tue braccia.
Io non credo nell’Inferno e nel Paradiso, lo sai e questo ti faceva anche incazzare un po’. Oggi fa incazzare me, che non ho la consolazione di pensare che un giorno ci rivedremo da qualche parte, in uno dei due mondi danteschi. Io non riesco ad averla questa umanissima consolazione.
Ma non riesco neanche ad immaginarti a marcire nella terra fredda. Tu odiavi il buio. Tu amavi il sole ed il teatro e la tua famiglia sopra tutto il resto. Il resto… Il resto di niente. Un libro che ti piaceva molto perché eri appassionato della storia di Napoli. Quando tu e zia Giovanna andavate in giro per fare spese, per buona parte del tempo la portavi a visitare chiese e palazzi dimenticati da tutti, nei quali c’erano tanti pezzi della nostra storia.
Scusami zio se vagheggio un po’, se faccio voli pindarici, ma mentre scrivo mi passano davanti tanti, troppi ricordi così le mani sulla tastiera corrono impazzite e non sempre seguono un filo logico.
Sei morto in un caldo giorno di Maggio.
Un mese prima avevamo festeggiato il tuo cinquantunesimo compleanno. Già allora la morte aleggiava maligna su quelle allegre candeline. Tu sapevi. Sapevi che saresti andato via con lei dopo poco. Eri tanto stanco e soffrivi molto. Ma ogni notte, anche se il dolore non ti permetteva di dormire disteso sul letto, appena sentivi che Giovanni o Dodo si avvicinavano alla tua stanza, ti fiondavi nel letto e fingevi di dormire per permettere ai tuoi figli di dormire.
Quanto amore. Quanto amore ho imparato da te zio. Talmente tanto che quando mi sento a pezzi, quando la vita mi pone davanti sempre salite pericolose e faticose, quando la tristezza s’impossessa per troppo tempo dei miei occhi, io ripenso a tutto quell’amore e sorrido.
Si, zio, sorrido. Perché tu mi hai insegnato durante tutti gli anni e soprattutto durante i mesi che sei stato male, che la vita è troppo bella per essere sprecata.
Mi hai lasciato una grande eredità.
Il tuo amore per la vita.
Scriverò ancora di te zio. Ma ora non ci riesco più.
Ora voglio chiudere gli occhi e immaginare che tu stia girando per il mondo alla ricerca di tutte le chiese ed i palazzi antichi e le librerie. E stai sorridendo ma poi mi strizzi l’occhio e continui il tuo viaggio.