Il vento caldo o freddo, violento o carezzevole. Eccitante o mortale. Il vento libero di andare e tornare. Libero di volare.
Le gambe.
Piegate.
Chiuse.
Imprigionate nei legacci di un sogno.
La schiena.
Inarcata.
Immobile.
Persa in un frammento di tempo.
La pelle.
Tremante.
Umida.
Presa in una carezza invisibile.
La mano.
Abbandonata.
Morbida.
Rapita da una voce lontana.
Tu.
Dove sei?
Dimmi.
Dove sei ora?
Tu.
Tu che mi hai insegnato
ad amarmi
ad abbandonarmi
a lasciar trasparire la tenerezza nascosta
ad ascoltare la musica intensa dei sensi
a credere
Guardami ora.
Le gambe piegate.
La schiena inarcata.
La pelle tremante.
La mano abbandonata.
Guarda i miei occhi.
Ora.
E dimmi.
Dimmi cosa vedi.
Dimmi chi sono.
Ora.

Domenica mi chiama un amico e dice " Ciao bella, metti una tuta e scarpe comode che passo a prenderti e andiamo a casa mia."
Ed io " Dimmi la verità, ti servo come serva?!?"
Lui " No. la verità è che qui ti aspetta un dono che io e la Claudia ti abbiamo fatto."
Ed io " Un dono che impone un tuta??? E che cos'è? Dai dimmelo!"
Lui " E va bene! E' una bici tutta per te!"
E lì , io ho iniziato a ridere e gridare e commuovermi! Cacchiolina! Due amici, conosciuti qui, che frequento da soli tre mesi, mi fanno un regalo tanto bello!!!
Bè ho messo sù un jeans e felpino e dopo circa 25 anni che non salivo su di una bici, ho pedalato sicura( anche se a tratti un pò traballante) fino a casa mia!
Se avete visto una bionda, che mentre pedalava, aveva un sorrisone grande grande, quella ero io!
Mi sono sentita come una bambina alla quale, senza nessuna particolare ricorrenza, hanno fatto una bellissima sorpresa....le hanno regalato la bicicletta!!
Unico avvertimento: Vi prego non mi buttate di sotto!
Pensavo: Cosa posso regalarmi per Pasqua? Uova no. Ne mangerò a quintali giù. Colomba, no. Me l’hanno già regalata. Il classico capretto, nooooooo. Mi fa impressione e non mi piace neanche tanto.
Così stamattina, uscita dal tribunale, approfittando della bella giornata, camminavo lentamente verso lo studio e…..Puff! Ho trovato il mio regalo pasquale. Anzi i miei due regali pasquali!
Secondo voi?
Un piccolo sforzo, su, che un po’ dovreste conoscermi ormai!
Niente?
Va bè, ve lo dico io.
Il primo: un romanzo di cui avevo letto sul blog di cenere. Il titolo è “Il Minotauro” di Benjamin Tammuz. Non conosco l’autore, ma il titolo aggiunto ad un breve brano che avevo letto, mi aveva affascinato. E poi oggi devo fare 6 ore di treno per tornare a Napoli e quale migliore compagnia di un buon libro?!
Il secondo: un completino intimo. Modello: “bambina perversa”. Di raso, colore rosa schoking e rifiniture in pizzo bianco latte. Lo stavo corteggiando da un po’, lo avevo anche provato ed oggi mi sono detta” Il prezzo è compatibile con le mie tasche, mi sta da favola, allora perché no?! E poi con le autoreggenti panna, direi che è perfetto! ”
Ripensando ai miei acquisti, mi viene in mente la battuta di una mia carissima amica riguardo a due regali, dello stesso tenore, ricevuti al mio compleanno.
“ Amica mia ti hanno fatto un regalo per la mente ed uno per l’amante!!!!”
Mai definizione mi è parsa più azzeccata!
Dunque la mente c’è. Sana e forte, nonostante i normali momenti bui…( Vedi post precedente)
L’amante……quello non c’è! Ma vuoi che mi uscisse fuori dall’Uovo di Pasqua!!! Devo pur prepararmi all’evento! E poi, se proprio non mi riesce con l’Uovo, posso sempre optare per un Primo Maggio a Lourdes!
E con questa scontatissima battuta, vi lascio e vi auguro:
BUONA PASQUA
Gonna a tubino, giacca avvitata e camicetta di seta. In perfetto tono serioso da Tribunale.
Cammino spedita per gli enormi corridoi tra il ronzio assordante di mille e mille voci. Oggi non ho voglia di esserne invasa ed allora metto su le cuffiette con la mia musica e proseguo.
Il mio passo diventa subito più fluido ed armonioso.
Vado nei vari uffici, deposito atti, controllo fascicoli tra i vari “Dica avvocato” degli addetti alla giustizia e i “Buon lavoro” dispensati da me con un sorriso.
Ho un piccolo segreto oggi. Sotto i vestiti seri e professionali nascondo una mise oltremodo sexi.
Guepiere, reggicalze e sottana di seta.
Il contatto della mia pelle con la seta fa nascere piccole onde di piacere lungo la schiena e lo sfregamento della pelle nuda proprio lì dove diventa più morbida mi riscalda gli occhi e non solo.
Mi piace indossare biancheria sensuale. Mi piace sentirla addosso.
Il caldo della giornata si mescola a quello dei miei pensieri.
Decido di fare una pausa caffè e poi vado in cortile a fumare una sigaretta. C’è un muretto dove sono solita sedermi. Ed è li che vado, stando attenta quando accavallo le gambe a non mostrare il mio segreto. L’aria fresca s’insinua tra le pieghe della sottana, regalandomi un brivido di piacere.
Tutti corrono, si affannano, parlano. Tutti “vestiti” da avvocato.
Mi chiedo se oggi, in questo luogo rigido e formale ci sia qualcuno come me.
Qualcuno che sotto l’abito da professionista abbia la pelle appassionata e morbida.
Proprio come la mia.
In questi giorni in cui le mie parole restano imprigionate in gola. In cui il silenzio accompagna i miei occhi. In cui le notti sono agitate dai sogni. In questi giorni disperati e profondi riascolto la voce di De Andrè e affido alla sua bocca i miei pensieri.
Ha scritto testi che oggi dovrebbero essere urlati dalla gente per le strade. “Storia di un impiegato” “ Anime salve”, “La buona novella” scritti in tempi diversi ma pieni di fermento e di idee e di Rivoluzione. Se ognuno potesse ascoltarle ad occhi chiusi e cuore aperto, forse si potrebbe ancora tentare di cambiare. Di cambiare.
E poi ha parlato di amore. Quello dell’anima e della carne .Quello che va e viene. Quello che riempie e strazia e imprigiona e accarezza.
Ho visto un servizio su di lui ieri sera. C’era la moglie con quegli occhi luminosi e ancora stupiti per l’amore di Fabrizio. E mi sono commossa come una bambina e ho scoperto che lui si riconosceva in una canzone in particolare. Una di quelle più conosciute e apparentemente meno impegnate. Ed è stata bella questa scoperta. Così oggi, in questo cielo grigio, io ve la ricordo.
La chiamavano Bocca di Rosa
metteva l'amore metteva l'amore
la chiamavano Bocca di Rosa
metteva l'amore sopra ogni cosa
Appena scesa alla stazione
del paesino di Sant'Ilario
tutti s'accorsero con uno sguardo
che non si trattava d'un missionario
C'è chi l'amore lo fa per noia
chi se lo sceglie per professione
Bocca di Rosa né l'uno né l'altro
lei lo faceva per passione
Ma la passione spesso conduce
a soddisfare le proprie voglie
senza indagare se il concupito
ha il cuore libero oppure ha moglie
E fu così che da un giorno all'altro
Bocca di Rosa si tirò addosso
l'ira funesta delle cagnette
a cui aveva sottratto l'osso
Ma le comari d'un paesino
non brillano certo in iniziativa
le contromisure fino a quel punto
si limitavano all'invettiva
Si sa che la gente dà buoni consigli
sentendosi come Gesù nel tempio
si sa che la gente dà buoni consigli
se non può più dare cattivo esempio
Così una vecchia mai stata moglie
senza mai figli senza più voglie
si prese la briga e di certo il gusto
di dare a tutte il consiglio giusto
E rivolgendosi alle cornute
le apostrofò con parole argute:
"Il furto d'amore sarà punito"
disse "dall'ordine costituito"
E quelle andarono dal commissario
e dissero senza parafrasare:
"Quella schifosa ha già troppi clienti
più di un consorzio alimentare"
Ed arrivarono quattro gendarmi
con i pennacchi con i pennacchi
ed arrivarono quattro gendarmi
con i pennacchi e con le armi
Spesso gli sbirri e i carabinieri
al proprio dovere vengono meno
ma non quando sono in alta riforme
e l'accompagnarono al primo treno
Alla stazione c'erano tutti
dal commissario al sacrestano
altra stazione c'erano tutti
con gli occhi rossi e il cappello in mano
A salutare chi per un poco
senza pretese senza pretese
a salutare chi per un poco
portò l'amore nel paese
C'era un cartello giallo
con una scritta nera
diceva: "Addio Bocca di Rosa
con te se ne parte la primavera"
Ma una notizia un po' originale
non ha bisogno di alcun giornale
come una freccia dall'arco scocca
vola veloce di bocca in bocca
E alla stazione successiva
molta più gente di quando partiva
chi manda un bacio chi getta un fiore
chi si prenota per due ore
Persino il parroco che non disprezza
fra un miserere e un'estrema unzione
il bene effimero della bellezza
la vuole accanto in processione
E con la Vergine in prima fila
e Bocca di Rosa poco lontano
si porta a spasso per il paese
l'amore sacro e l'amor profano
E Domenica, dopo un po’ di ritardi vari, grazie all’aiuto di un amico( Santo ti faranno! Santuzzo diventerai!) che viene da Asti solo per darmi una mano ed una macchina per poter spostare le cose( veramente non so come avrei fatto senza il tuo aiuto! Grazie assaje!)), finalmente faccio il famoso trasloco!!! E da Lunedì mattina entro definitivamente nella mia casa.
La mia casa.
La casa nella quale vivrò da sola. Che dovrò gestire e curare e, con il tempo, personalizzare a modo mio. Certo dovrò anche ammazzarmi a pulirla! Ci sono stati gli imbianchini e la casa è vuota da un po’, quindi mi aspetta un Lunedì di durissimo lavoro. Ma pulirò “la mia casa”.
Ora ve la descrivo un po’.
E’ un bilocale abbastanza grande, ha due balconcini, è al sesto piano di un super-condominio( a Napoli diremmo in un parco, ma ho scoperto che qui i parchi sono i nostri Giardinetti o Ville Comunali) e si trova in zona Milano Sud-Est. Certo non è centralissima e nel week uscire e tornare tardi da sola a piedi, non mi sarà possibile come ora, ma è ad 1 km dallo studio nel quale collaboro, a 300 mt da una piazza ( mi sembra si chiami piazzale Bologna…..mmmm..dovrò imparare ad orientarmi da lì) nella quale ci sono varie fermate del pullman ed una Conad per fare la spesa, e a 600 mt ha la metro gialla che mi arriva fino al Duomo, direi quindi che sto messa bene! E poi pago una cifra irrisoria per Milano e non ho vincoli di durata né anticipi in contanti da versare, cose queste che al momento, date le esigue finanze, mi vanno proprio a pennello!
Per quanto riguarda l’interno c’è poco da dire. Ha giusto i mobili essenziali( tranne la lavatrice che dovrò comprare….mi sa che per un po’ laverò a mano! Almeno finchè non trovo una super-offerta) però dispone di un divano che può essere usato come letto per eventuali ospiti e questa è già una grande cosa.
Lunedì sera arrivano anche i miei genitori per portarmi un po’ di cose che mi sono indispensabili quantomeno per iniziare a viverci e sono felice di poterli riabbracciare. Non li vedo da 1 mese e di scendere giù io, se ne parlerà solo ad inizio Marzo. Mi mancano. Ed io manco loro. Mia madre la sento spesso ma papà no. Prima che trovassi lavoro, quando ancora non era certo il mio trasferimento, mi chiamava sempre ma ora che veramente mi sono trasferita, non mi chiama più e quando sono io a chiamare, mi liquida in poche parole.
Credo che stia soffrendo enormemente e, per difendersi dal dolore, cerchi di non pensare a me, quasi non esistessi…. Mi fa male questa sua finta indifferenza, ma so che è dettata dalla sua incapacità di affrontare questo mio distacco.
Forse è meglio che la finisco qui. Ho approfittato già troppo della vostra attenzione.
E perdonatemi per questo post che certo non è profondo, né ironico né emozionante ma avevo bisogno di scriverlo. Perché in fondo, benché io sia eccitata per tutti questi cambiamenti, sono anche impaurita e tesa. Con il problema pratico del trasloco, ho sentito per la prima volta, profondamente da che sono qui, il senso dell’esser sola. Del non poter dare per scontato( come avrei potuto stando a Napoli) che ci sarebbero state tante mani ad aiutarmi. Di dover fare i conti con la mancanza anche delle piccole e grandi comodità che avevo giù. La mia macchina, i miei libri e una lavatrice per esempio. Di dover affrontare, da oggi, i piccoli intoppi quotidiani (dallo sturare un lavandino al portare buste pesanti della spesa a piedi) da sola. Di non avere qui chi può preparami un brodino o comprarmi le medicine per una febbre alta o semplicemente tenermi compagnia in una sera d’influenza feroce.
Insomma, avrete capito, che avevo bisogno solo di sfogarmi un po’.
Chiedo ancora venia e ringrazio chi di voi ha avuto la pazienza di leggermi fino in fondo.
Un bacio a tutti.
In una grande contrada, dove le carrozze,gli abitanti ed i maniscalchi, non si fermavano mai, viveva in un piccolo castello una principessa.
Ella , impegnata dal mattino alla sera nelle mille attività che il suo ruolo le imponeva, riusciva a viver serenamente le ore del giorno. La sua angustia incominciava al calar della notte. La principessa era tormentata dal ricordo dell’uomo perduto e, benché la sua mente, restia ai trabocchetti della memoria, prediligesse la dimenticanza ed il suo cuore orgoglioso e sincero, mal tollerasse gli amori amari, la sua pelle sembrava invece avere una memoria tale da esser paragonata a quella degli elefanti che, come raccontavano gli svariati libri che Ella aveva letto, pareva non dimenticassero mai.
Quella sua pelle, infatti, sensibilissima e morbida non riusciva a scacciare il ricordo delle mani sapienti di colui che con intensità l’aveva sfiorata. Né poteva cancellare l’odore di lui, che rimaneva intatto nei suoi antri più intimi né il sapore che pareva indelebile ed immune a qualsiasi sapone. Tutto ciò faceva sì che questa sua pelle continuasse a desiderare profondamente ciò che aveva perduto e che non si rassegnasse al fatto che l’uomo desiderato l’ avesse dimenticata con molta facilità, non accettando che esistevano uomini capaci di tanta calda intensità ed allo stesso tempo capaci di disfarsene, come non fosse mai esistita.
Più volte la principessa aveva tentato di ripulire la sua pelle da siffatti ricordi, sfregandola ferocemente con i più potenti saponi, ma quest’ultima, profumata e accaldata dopo le prolungate abluzioni, pareva fremere di ancor più intenso desiderio.
Anche il cuore e la mente della principessa avevano tentato di dissuaderla dai tormenti del vano desiderio, inoculandole il velenoso pensiero dell’indifferenza che l’uomo desiderato aveva per lei e del di lui disinteresse e dimenticanza per i suoi odori, sapori e morbidezze sinuose. Ma questi rimedi parevano funzionare solo durante il giorno e per pochi momenti di notte.
Talvolta il sonno era riuscito a stendere il velo dell’oblio ma, spesso, anche durante quest’ultimo, i desideri della pelle si manifestavano accesi dai brevi sogni nei quali le mani di lui continuavano ad imprigionarla in un fuoco senza fine.
Ancor più duri erano stati i rimedi offertile dal Ciambellano di corte, che la conosceva da tanto e la stimava oltre ogni misura. Da codesto Le veniva rammentato continuamente che quell’odore tanto desiderato, quelle mani calde agognate, quel sapore intenso bramato, erano ora per un’altra e che lui non avesse alcuna malinconia né rimpianti per quella pelle abbandonata. Il Ciambellano era convinto che ripetendole ogni giorno quelle amare parole, quel desiderio folle sarebbe scomparso per lasciare il posto al rancore e alla dimenticanza.
Ma neanche questo placava le impermeabili voglie di quella pelle.
La principessa, su suggerimento della lucida mente e del cuore impavido, decise allora di rivolgersi alla Maga Nera, la più potente tra coloro che possedevano i segreti della magia.
Mandò un messo che, dopo giorni e giorni di cammino, finalmente trovò il rifugio della maga e la portò al castello.
Lì, seduta sul suo modesto ma regale trono vi era ad attenderla la principessa che tosto le narrò il motivo della chiamata.
La Maga Nera, dopo aver ascoltato in perfetto silenzio, si offrì di donare alla principessa una pozione magica che, passata tutte le sere, lungo tutta la sua pelle, ne cancellasse la possente memoria dei sensi.
Le annunciò, però, in tono oscuro, che questa pozione aveva una conseguenza terribile: la perdita totale ed eterna della capacità di amare da parte della pelle.
La principessa chiese del tempo per decidere cosa fare e, ritiratasi nelle sue stanze, ivi rimase per una notte intera durante la quale la mente ed il cuore furono messi al bando e venne dato ascolto solo alla pelle che scottava dall’infinito desiderio.
La principessa si chiese quale fosse il tormento maggiore: conservare intatta la memoria granitica della sua pelle così come era ora, ricevendone quindi tali angustie ma mantenendone integra la capacità di amare o cancellare questa potente memoria, allontanando dalla carne definitivamente il desiderio di lui, ma distruggendo per sempre l’innata dote di poter amare non solo con il cuore e con la mente, che non sarebbero stati danneggiati dalla pozione, ma anche carnalmente con la sua appassionata pelle.
Quasi all’alba, stremata dall’indecisione, la principessa crollò in un sonno breve e profondo e sognò di essersi persa in un bosco buio e di non sapere se tornare indietro o proseguire, quando le si era avvicinato un uomo vecchissimo che con fare pacato le aveva detto di essere il Signore del Tempo e che poi le aveva sussurrato all’orecchio una sola parola: Aspetta.
Svegliatasi la principessa si era recata nella stanza dei ricevimenti ed aveva comunicato alla Maga nera, dopo averla ringraziata per l’aiuto offertole, che non intendeva prendere la pozione.
Tornata la sera e tornato con essa lo struggente desiderio di lui, la principessa con gli occhi lucidi di pianto ma anche di tenerezza, accarezzando la sua pelle, le sussurrò dolcemente: Aspetta. Aspetta che il Tempo faccia il suo lavoro. Arriverà la sera che ti addormenterai e non sentirai più il desiderio inappagabile di lui. E sarai libera dal dolore. E sarai anche pronta ad accogliere nuovamente un uomo. Un uomo che ti saprà toccare non solo con le mani ma anche con suo il cuore e la sua mente e la sua anima ed allora desiderai ancora e ancora. Perché è questa la tua natura, la mia natura. E solo il Tempo potrà farci guarire dalle malattie di un uomo desiderato e perso. E sta solo a noi scegliere di chiudere fuori l’amore o lasciare che c’invada. E che c’invada comunque vada.
Sempre.
Notte fonda. Lei guarda l’orologio che segna le 02.30. Domattina deve star sù alle otto ,ma non riesce a dormire.
Si alza, prepara un tè con il miele, si rimette a letto e accende una sigaretta. Il fumo disegna cerchi pallidi alla luce fioca della lampada.
Continua a pensare a ciò che le è stato comunicato qualche ora prima.
Il padre di un suo amico, alla fine di un cancro devastante, era morto quella mattina.
E proprio quella stessa mattina era nata Giulia, la figlia del suo amico.
Era molto probabile che nello stesso momento la morte dell’uno fosse coincisa con la venuta al mondo dell’altra.
La pioggia continua a battere, lenta ed incessante, sui vetri della sua camera da letto e lei cerca di farsi cullare da quel ticchettio come fosse una nenia per conciliare il sonno.
Quello strano, terribile eppure naturale intreccio tra una vita che arriva ed una che se ne va, l’ha colpita, lasciandole negli occhi il senso profondo della Natura Umana.
Dinanzi a sè ha l’immagine di due statue che si abbracciano, i cui volti guardano in direzioni opposte. Così vicine da creare un unico essere, eppure irrimediabilmente separate dai diversi orizzonti in cui puntano i loro sguardi.
Però si abbracciano, pensa lei e questo pensiero, non sa perchè, le da una benefica ondata di tepore.
La sigaretta è finita ed anche il tè. Spegne la lampada, chiude gli occhi e immagina un lungo abbraccio. Quell’abbraccio di cui la sua pelle avrebbe bisogno ora.
Per non sentire la tristezza della lontananza.
Per abbandonarsi all'odore intenso della vita.
E per ritrovare il sonno perduto.
Sei in superstrada da sola. Non vai molto veloce, tra poco c’è la tua uscita. Il tir che ti è davanti inizia a sbandare,tu rallenti un po’. Dietro di te molte auto e sulla sinistra altre che sfrecciano veloci. Il tir continua ad ondeggiare e poi si sposta a sinistra e tu capisci perché. Una lamiera di ferro lunga un metro e mezzo e larga un metro sta sfrecciando verso la tua macchina. La vedi arrivare dritta nel vetro anteriore. In un frazione di secondo pensi a come evitarla, ma non c’è via d’uscita. Da un lato c’è un fossato, dall’altro le macchine che corrono. Non sai perché ma ti sembra che tutto si stia svolgendo lentissimamente. Pensi che se non riesci a scansarla, sarà la fine per te. Sta per centrarti. Vorresti togliere le braccia dal volante a proteggere il viso ma l’istinto a vivere te le fa tenere ben salde. Sei lucida. Sterzi leggermente a sinistra perché noti che il vento e la velocità stanno spostando la grossa lamiera leggermente a destra. E poi l’impatto. E’ violento ma non ti ha preso nel vetro. Si è schiantata all’altezza della targa anteriore che vola via e poi verso la ruota destra, ma fortunatamente non è finita sotto la macchina. Sterzi a destra e freni di botto. Stai bene, sei viva. Dietro di te la lamiera e la targa. Rimani seduta in macchina per alcuni secondi. E poi cominci a tremare. E’ ora che la paura ti prende. Prima no. Prima era come se stessi vedendo un film. Prima eri fredda e lucida. Pensavi solo “ io non voglio morire e non morirò a causa di un pezzo di m… che gira con un camion malandato che perde pezzi per strada”. Prima, per un attimo che ti è sembrato eterno, l’unico tuo pensiero era quello di vivere.
Due ragazzi si fermano davanti a te. Si avvicinano, ti chiedono se stai bene. Tu scendi dall’auto con cautela, perché lì non c’è una vera corsia d’emergenza e un’auto potrebbe prenderti in pieno. Gli rispondi che stai bene, che è tutto ok, che anche la macchina sembra non aver subito danni, anche se dovrai farle controllare il braccetto per accertarti che non sia stato danneggiato. Loro ti guardano preoccupati. Erano dietro di te, hanno visto tutto e si sono spaventati a morte. E poi il tuo viso deve essere terreo. Uno dei due ti recupera la targa. Ringrazi, stringi loro la mano. Hai bisogno di un contatto fisico, seppur breve e formale. Ti rimetti in auto, ingrani la prima e riparti. Non chiami nessuno seppure adesso avresti bisogno di una voce conosciuta,di un abbraccio. Ma non vuoi dare preoccupazioni. In fondo non è successo nulla.
In fondo.
Accendi lo stereo, cammini piano e pensi che ora capisci chi ti racconta di aver visto per un attimo la morte davanti agli occhi.
Oggi è toccato a te.
Per Atropo non era arrivato ancora il momento di recidere il filo della tua vita.
Sei stata fortunata.
E finalmente riesci a piangere.