Il vento caldo o freddo, violento o carezzevole. Eccitante o mortale. Il vento libero di andare e tornare. Libero di volare.
Le gambe.
Piegate.
Chiuse.
Imprigionate nei legacci di un sogno.
La schiena.
Inarcata.
Immobile.
Persa in un frammento di tempo.
La pelle.
Tremante.
Umida.
Presa in una carezza invisibile.
La mano.
Abbandonata.
Morbida.
Rapita da una voce lontana.
Tu.
Dove sei?
Dimmi.
Dove sei ora?
Tu.
Tu che mi hai insegnato
ad amarmi
ad abbandonarmi
a lasciar trasparire la tenerezza nascosta
ad ascoltare la musica intensa dei sensi
a credere
Guardami ora.
Le gambe piegate.
La schiena inarcata.
La pelle tremante.
La mano abbandonata.
Guarda i miei occhi.
Ora.
E dimmi.
Dimmi cosa vedi.
Dimmi chi sono.
Ora.

Camminava leggera nel suo vestito lungo e colorato. Era stata a casa di un’amica, aveva giocato con il figlio di lei e chiacchierato un pò ed ora, dopo aver fatto scorta di films e patatine, stava ritornando a casa.
Le prima gocce arrivarono all’improvviso. Lei accelerò il passo per dirigersi alla fermata del tram. Il tratto era breve e lei sperava di raggiungere la pensilina prima che si scatenasse il temporale. Il vento era diventato impetuoso e la pioggia scendeva giù a scrosci violenti. Giunta alla fermata era ormai zuppa e lì trovò altre persone conciate non meglio di lei. I lampi violenti illuminavano i loro volti turbati da quel temporale inatteso.
Il vestito le si era attaccato addosso come una seconda pelle. Cominciava ad avere freddo ed anche una sottile paura. Paura per quella tempesta che aveva sradicato un albero proprio nelle vicinanze della fermata. Paura per gli sguardi lascivi di alcuni ragazzi che si posavano indiscreti su di lei.
Guardò l’orologio. Erano orami le nove e trenta.
Finalmente arrivò il bus e lei vi salì veloce, tenendosi la borsa stretta al petto a coprire il seno reso visibile dal vestito bagnato.
Il conducente andava pianissimo e si fermava spesso a causa della tempesta che impediva la visibilità e rendeva pericoloso il cammino.
Lei tremava dal freddo. I capelli totalmente fradici erano come un manto di ghiaccio.
Ad un tratto il bus si fermò. Non poteva più proseguire.
Dopo un attimo di sgomento, lei scese dal pullman rassegnata a dover fare un il restante tratto a piedi. Sarebbe stato impossibile trovare un taxi. Così, bagnata fradicia, continuò a camminare.
La strada sembrava un fiume. Rami di alberi, buste, detriti vari. E quei lampi che continuavano a saettare. Nel tragitto trovò un altro albero sradicato e dovette staccare la batteria al cellulare perché aveva iniziato a vibrare quasi fosse in punto di esplodere.
Gli ultimi 600 metri li fece quasi correndo.
Ora aveva davvero paura. Quei lampi continui la terrorizzavano. E aveva sempre più freddo.
Arrivò a casa tremante.
Si spogliò subito e si mise sotto il getto caldo della doccia.
Sentì arrivare un fiotto di lacrime ma le ricacciò indietro. Lei era forte. Lei non doveva piangere. Come sempre se l’era cavata da sola. Senza chiedere aiuto a nessuno.
Si sentì sola.
Infinitamente sola.
Se avesse avuto lì la sua macchina, non si sarebbe trovata in quella situazione.
Se fosse stata nella sua città, non avrebbe dovuto camminare nella pioggia perché ci sarebbe stato qualcuno che, preoccupato, sarebbe andato a prenderla.
Se avesse avuto…se, troppi ed inutili se.
Sorrise amara alla sua immagine nello specchio.
Aveva avuto paura come una bambina in un bosco buio.
Ma ora era a casa.
In tv davano la finale degli Europei. Mise sù un film, prese le patatine e del succo all’arancia rossa e lasciò che la trama del film e il gusto delle leccornie, le togliessero dalla pelle quella sensazione di freddo. Ma il freddo rimase e l’amaro pure.
Il giorno dopo i giornali parlarono di una vera tromba d’aria. Di danni a cose e persone. Di pericolo.
Lei lesse quelle notizie quasi con distacco.
Qualcosa era cambiato dentro di lei.
Posò il giornale e si rimise al lavoro.
Rivoglio quel giorno lì.
Rivoglio il mare e il sole.
Rivoglio salsedine sulla pelle e brillio di felicità negli occhi.
Rivoglio il vento a scompigliarmi i capelli e l’incoscienza gioiosa di non sapere ciò che verrà dopo.
Rivoglio l’eccitazione, la sorpresa, la speranza.
Il sorriso stampato sulla faccia.
Le braccia aperte ad accogliere la vita.
La pelle accesa dal sole e dal desiderio.
Le mani libere da paure e dolore. Fatte solo per dare e ricevere carezze.
Rivoglio quel giorno lì.
Rivoglio la Vita.
Lo sento arrivare.
E' come una coppia di fuochi che parte da due punti diversi.
Uno prende vita tra le dita dei piedi.
L'altro all'attacatura dei capelli.
Cominciano a muoversi all'unisono.
Il primo si dirige verso le pieghe delle ginocchia.
L'altro punta ai lobi delle orecchie.
Si muovono piano. Indolenti.
Per ora.
Quasi ad aspettar che il vento li guidi.
Ed il vento arriva.
Ed è impaziente.
I duoi fuochi aumentano d'intensità. Comiciano a muoversi a zig zag.
Insofferenti all'attesa.
L'uno verso l'alto.
L'altro verso il basso.
Uno è arrivato ormai all'altezza delle cosce.
L'altro si è fatto spazio tra il collo e le spalle.
Accellerano.
Uno è giunto ai seni e gira vorticoso intoro ai capezzoli.
L'altro si è soffermato all'inguine.
Aspetta. Aspetta che il fratello gemello lo raggiunga. Ed intanto fa ardere quella pelle sottile.
Uno si fionda furioso sull'ombelico. Sente il richiamo dell'altro.
Sono come impazziti.
Smaniosi di unirsi.
Lì.
In quel caldo solco che dorme all'ombra della carnosa collina.
Perchè sanno che solo in quel momento ed in quel luogo raggiungeranno la potenza massima.
Corrono.
Ora.
Sempre più veloci.
L'uno verso l'altro.
E finalmente si uniscono.
E avvampano.
Bruciano.
Esplodono.
E si spengono.
Vinti dalla rugiada che copiosa bagna le loro fiamme.
Ho letto un libro strano. Forse anche stupido. Di quelli che leggi quando non hai voglia di introspezioni. Eppure a qualcosa mi ha fatto pensare. Due parole mi premevano davanti agli occhi. Sangue e amore. La natura carnivora di alcuni amori. Dove l'uno si ciba dell'amore dell'altro per vivere. Dove l'altro si da in pasto all'uno per vivere. Dove l'amore si mescola al sangue in un gioco al massacro. Dove non necessariamente chi divora è il cattivo e chi è divorato il buono. E mi è parso che talvolta la fame di amore si avvicini molto all'odio. E forse questa è una considerazione vecchia come il mondo. E a volte il mondo fa veramente paura.