Il vento caldo o freddo, violento o carezzevole. Eccitante o mortale. Il vento libero di andare e tornare. Libero di volare.
Bisogno di andare in vacanza. Crescente, smisurato bisogno. E delle persone che amo e che mi amano. E di mare, tanto mare e sole e dormite fino a tardi e chiaccherate fino a notte fonda con gli amici cari dai quali sono lontana. Sospesa in questa nuova città molto diversa dalla mia. In tutto. E bisogno di rivedere Napoli, la mia bellissima e grassa puttana che si offre con le sue movenze suadenti e calde e t'ingoia in un sol boccone, se non stai attento ai suoi splendenti denti aguzzi. Napoli di cui ora non voglio parlare troppo perchè troppo si è detto e scritto e il troppo stroppia, si sa.
E' tempo di staccare la spina. Di dimenticare per un pò il lavoro, i colpevoli e gli innocenti, la mia casa da single ancora da rifinire, il cielo strano di Milano, queste mesi passati tra una grande gioia ed un grande dolore, il senso di amaro, la solitudine, gli amici di uscita, i films e le mostre.
E' tempo di tornare al mio mare. D'immergermi in acque cristalline. Di mettere sù lo s-costumino e rendere dorata la mia pelle. Di cene fuori al giardino delle casa di vacanza. Tra gli strilli di Adriana, Roberta e Pasquale, i miei nipotini. Di annusare il loro odore fresco e tenero. Di dimenticare il dolore. Per un pò.
E' tempo di mangiare angurie gelate e spaghetti con le vongole. Di farmi coccolare un pò da mia madre e di discutere, tra il serio ed il faceto, con mio padre. Di rivederli questi miei giovanissimi genitori. Mamma che si mette a ballare come una forsennata per far ridere le bimbe e babbo che è felice come un bambino quando può correre sul gommone.
E' tempo di andare in vacanza e di ritornare a casa. Perchè per ora è ancora quella la mia casa.
Tornerò a Milano e avrò ancora la voglia e la determinazione di crescere e di migliorare. Ma ora ho bisogno di vacanza.
Un crescente e smisurato bisogno.
Le gambe.
Piegate.
Chiuse.
Imprigionate nei legacci di un sogno.
La schiena.
Inarcata.
Immobile.
Persa in un frammento di tempo.
La pelle.
Tremante.
Umida.
Presa in una carezza invisibile.
La mano.
Abbandonata.
Morbida.
Rapita da una voce lontana.
Tu.
Dove sei?
Dimmi.
Dove sei ora?
Tu.
Tu che mi hai insegnato
ad amarmi
ad abbandonarmi
a lasciar trasparire la tenerezza nascosta
ad ascoltare la musica intensa dei sensi
a credere
Guardami ora.
Le gambe piegate.
La schiena inarcata.
La pelle tremante.
La mano abbandonata.
Guarda i miei occhi.
Ora.
E dimmi.
Dimmi cosa vedi.
Dimmi chi sono.
Ora.

Camminava leggera nel suo vestito lungo e colorato. Era stata a casa di un’amica, aveva giocato con il figlio di lei e chiacchierato un pò ed ora, dopo aver fatto scorta di films e patatine, stava ritornando a casa.
Le prima gocce arrivarono all’improvviso. Lei accelerò il passo per dirigersi alla fermata del tram. Il tratto era breve e lei sperava di raggiungere la pensilina prima che si scatenasse il temporale. Il vento era diventato impetuoso e la pioggia scendeva giù a scrosci violenti. Giunta alla fermata era ormai zuppa e lì trovò altre persone conciate non meglio di lei. I lampi violenti illuminavano i loro volti turbati da quel temporale inatteso.
Il vestito le si era attaccato addosso come una seconda pelle. Cominciava ad avere freddo ed anche una sottile paura. Paura per quella tempesta che aveva sradicato un albero proprio nelle vicinanze della fermata. Paura per gli sguardi lascivi di alcuni ragazzi che si posavano indiscreti su di lei.
Guardò l’orologio. Erano orami le nove e trenta.
Finalmente arrivò il bus e lei vi salì veloce, tenendosi la borsa stretta al petto a coprire il seno reso visibile dal vestito bagnato.
Il conducente andava pianissimo e si fermava spesso a causa della tempesta che impediva la visibilità e rendeva pericoloso il cammino.
Lei tremava dal freddo. I capelli totalmente fradici erano come un manto di ghiaccio.
Ad un tratto il bus si fermò. Non poteva più proseguire.
Dopo un attimo di sgomento, lei scese dal pullman rassegnata a dover fare un il restante tratto a piedi. Sarebbe stato impossibile trovare un taxi. Così, bagnata fradicia, continuò a camminare.
La strada sembrava un fiume. Rami di alberi, buste, detriti vari. E quei lampi che continuavano a saettare. Nel tragitto trovò un altro albero sradicato e dovette staccare la batteria al cellulare perché aveva iniziato a vibrare quasi fosse in punto di esplodere.
Gli ultimi 600 metri li fece quasi correndo.
Ora aveva davvero paura. Quei lampi continui la terrorizzavano. E aveva sempre più freddo.
Arrivò a casa tremante.
Si spogliò subito e si mise sotto il getto caldo della doccia.
Sentì arrivare un fiotto di lacrime ma le ricacciò indietro. Lei era forte. Lei non doveva piangere. Come sempre se l’era cavata da sola. Senza chiedere aiuto a nessuno.
Si sentì sola.
Infinitamente sola.
Se avesse avuto lì la sua macchina, non si sarebbe trovata in quella situazione.
Se fosse stata nella sua città, non avrebbe dovuto camminare nella pioggia perché ci sarebbe stato qualcuno che, preoccupato, sarebbe andato a prenderla.
Se avesse avuto…se, troppi ed inutili se.
Sorrise amara alla sua immagine nello specchio.
Aveva avuto paura come una bambina in un bosco buio.
Ma ora era a casa.
In tv davano la finale degli Europei. Mise sù un film, prese le patatine e del succo all’arancia rossa e lasciò che la trama del film e il gusto delle leccornie, le togliessero dalla pelle quella sensazione di freddo. Ma il freddo rimase e l’amaro pure.
Il giorno dopo i giornali parlarono di una vera tromba d’aria. Di danni a cose e persone. Di pericolo.
Lei lesse quelle notizie quasi con distacco.
Qualcosa era cambiato dentro di lei.
Posò il giornale e si rimise al lavoro.
Rivoglio quel giorno lì.
Rivoglio il mare e il sole.
Rivoglio salsedine sulla pelle e brillio di felicità negli occhi.
Rivoglio il vento a scompigliarmi i capelli e l’incoscienza gioiosa di non sapere ciò che verrà dopo.
Rivoglio l’eccitazione, la sorpresa, la speranza.
Il sorriso stampato sulla faccia.
Le braccia aperte ad accogliere la vita.
La pelle accesa dal sole e dal desiderio.
Le mani libere da paure e dolore. Fatte solo per dare e ricevere carezze.
Rivoglio quel giorno lì.
Rivoglio la Vita.
L’uomo
Era fermo lì da un’ora ormai. Aspettava. Una sigaretta tra le dita. Era eccitato. Pensava all’incontro che aveva tra poco. Ed era impaziente. Ma eccola giungere. Stessa ora di ogni giorno. Oggi aveva un passo più lento, gli sembrò stanca. Per un po’ continuò a guardarla da lontano e un fiotto di saliva gli riempì la bocca. Non c’era nessuno per strada. Pioveva a dirotto. Lui le si avvicinò piano. Mentre lei frugava nella borsa, di certo a cercare le chiavi. L’attiro a sé con uno scatto. Un braccio intorno al collo come un abbraccio di spalle. Lei sobbalzò e stava per gridare ma lui le serrò la bocca con una mano e nell’orecchio le sussurrò “ Zitta. Stai zitta. Altrimenti ti ammazzo. Giuro che se urli ti ammazzo” e il sangue gli ribollì nelle vene. La trascinò lentamente alla fine della strada senza uscite. Lei continuava a supplicarlo. La macchina era parcheggiata un po’ di sbieco, nascosta alla vista di eventuali passanti. La spinse dentro dal lato posteriore. Salì anche lui e fece scattare le sicure. “ Lo vedi questo? Lo vedi? E’ un coltello. Se provi a scappare, io ti ammazzo.” La donna aveva gli occhi spalancati dal terrore. Si mise i guanti. Il suo sesso già duro, si gonfiò ancora. Le saltò addosso, cominciò a strapparle i vestiti. Stringeva con violenza i seni della donna. Gli piaceva sentirla tremare dal dolore. L’eccitazione era enorme. Prese la sciarpa che aveva sotto il sedile e la infilò in bocca alla donna. Lei sussultò. Le abbassò con violenza i pantaloni e gli slip. La voleva. Ora. Subito. “ Troia ora ti scopo” ed entrò con forza in lei. Si muoveva con rudezza e violenza. “ Ti piace vero? Ti piace lo so che ti piace”. Lei era immobile. Gli occhi sempre spalancati. E lui godeva nel vedere la sua paura. Un colpo. Un altro. Un altro ancora. Poteva farle tutto ciò che voleva. Poteva anche ucciderla. Questo pensiero lo eccitò ancora di più e i colpi divennero più forti. “ Ah troia, sei proprio una troia”. Continuò a spingere. Poi un urlo profondo. Uscì da lei di colpo e arrivò, ma non su di lei. Non voleva lasciare tracce. Aveva imparato. Non era la prima volta. Non era la prima troia che si scopava. E rise al pensiero di quanto era furbo e forte e potente. Lei era sempre immobile. La rivestì con calma. “ E ora scendi. Ma non provare a gridare né a chiedere aiuto. Altrimenti ti ammazzo. E non andare alla polizia altrimenti vengo a cercarti e ti ammazzo. Lo sai vero?” Lei rimase immobile. “ Hai capito?” le urlò. “ Dimmi che hai capito?” . Lei fece un cenno di assenso. Lui si guardò attorno. Non c’era nessuno e la pioggia era ancora più forte. La spinse fuori. Lei cadde a terra. Lui avviò il motore, aprì il finestrino e le mandò un bacio. Poi “ Brava troia. Sei stata proprio brava” ed andò via. Si sentiva benissimo. Poteva spaccare il mondo, se voleva. Si fermò ad un bar, prese le sigarette. Era rilassato e felice. Per tutti era stato fuori città per lavoro. Alibi. Ora però poteva stare tranquillo. Ma la prossima volta la doveva portare via. Divertirsi di più. E poi anche quelle troie si divertivano. Ne era certo. Tutte. Erano tutte troie. Accese una sigaretta. Tirò una lunga boccata. Guardò con un sorriso la bambola che aveva comprato per sua figlia. Le portava sempre una bambola. Ogni volta che tornava da un “viaggio di lavoro”. La ripose nella busta rosa. Ed esplose in una grossa risata. Ora poteva tornare a casa.
La donna
“ Che brutta giornata” pensava. Pioveva a dirotto e per strada non c’era nessuno. Era molto stanca. Aveva avuto una giornata di lavoro faticosa. Voleva affrettarsi ma la stanchezza la faceva rallentare. “Sono quasi arrivata a casa. Ho bisogno di una doccia calda” . Iniziò a cercare le chiavi chè la sua borsa era sempre troppo piena. Pensava a cosa preparasi per la cena. Pennette con panna o scaloppine? Forse entrambe. All’improvviso si sentì afferrare alla gola. Stava per urlare ma lui la minacciò. Si sentì trascinare. Il cuore le balzava nel petto così forte da farle venire meno il respiro. “ Ti prego non mi fare del male. Ti prego, ti dò tutto quello che vuoi. Prendi la mia borsa. Prendila.” Lui le disse di star zitta, che l’avrebbe uccisa. Poi la spinse in una macchina. Era terrorizzata. La paura le serrò la gola quando lui si mise i guanti. “ Ora mi uccide. Mi uccide.” Pensava. Lui le saltò addosso. Cominciò a toccarla. Le stringeva i seni con forza. Il dolore era insopportabile. Le infilò qualcosa di puzzolente in bocca. Si sentiva soffocare. “ Non voglio. Ti prego Dio. Ti prego, se esisti, aiutami. Ti prego.” Pregava quel Dio nel quale non aveva mai creduto. Lui le abbassò i pantaloni e gli slip. Con violenza. Continuava a dirle oscenità. Lei pensava a come fuggire. A come calmare quell’uomo. A come salvarsi. “ Se sto ferma, lui non mi uccide. Se sto ferma forse lui mi lascia andare. Se sto f…” Il dolore la penetrò con violenza, lacerandole l’anima. La sua bocca era aperta in un urlo senza voce. Il tempo si era fermato. Forse era morta e non lo sapeva. Ma non avrebbe dovuto sentire tanto dolore. Lì. Se ne andò da un’altra parte. Il mare era bellissimo. Doveva tuffarsi. Così il bruciore si sarebbe fermato. Le parole dell’uomo le arrivavano lontane. Lo vedeva muoversi e agitarsi. E poi tutto finì. Era in strada. A terra. Si era sporcata tutta di fango. Sporca. Era tutta sporca. Rimase ferma. Le gambe rigide. Che bella questa pioggia. E’ tutto finito. E’ tutto finito. E’ tutto finito. Si diceva queste parole con il tono dolce che una madre avrebbe verso il figlio impaurito da un incubo. “ Ora vado a casa. Devo fare una doccia calda”. Si alzò. Un dolore lancinante le trapassò le cosce fino ad arrivare al cuore. Entrò in casa. Silenzio. Si tolse i vestiti. Silenzio. Aprì l’acqua calda. Silenzio. S’infilò sotto la doccia. Silenzio. Cominciò a strofinarsi forte. Silenzio. La pelle si arrossava ma lei continuava a strofinare. Era sporca. Silenzio. Molto sporca. Rimase un minuto, un’ora, due sotto il getto. Silenzio Si asciugò. Indossò biancheria bianca e il pigiama rosa. Preparò i vestiti per il giono dopo. Silenzio. Avrebbe avuto una giornata pesante. Silenzio. Nessuno doveva sapere. Nessuno mai. Altrimenti chi l’avrebbe più voluta? Amata? Desiderata? Silenzio. S’infilò nel letto e cominciò a piangere. Piano. Senza lacrime. A vederla non si ci sarebbe accorti che piangeva. No. Non si vedeva proprio. Piangeva senza piangere. E non smise mai più. Silenzio.